Cari genitori,
come molti di voi, sono la mamma di un bambino autistico. So bene quanto sia difficile il nostro percorso, fatto di emozioni contrastanti, di momenti di gioia ma anche di paura, di incertezze, di domande a cui spesso non troviamo risposta. Oggi voglio condividere con voi un aspetto molto delicato della nostra esperienza: il senso di colpa e la vergogna.
Due emozioni che hanno chiamato me e mio marito fin da subito dopo aver ricevuto la diagnosi.
Il senso di colpa ha accompagnato soprattutto me che, come mamma, mi sentivo la causa della sofferenza di mio figlio.
Sono rimasta nel tunnel della colpa per almeno tre o quattro anni.
Quando ho scoperto che mio figlio era autistico, mi sono ritrovata a pormi continuamente alcune domande: Cosa ho sbagliato? Dove ho sbagliato? Perché è successo? E adesso cosa succederà? Sono domande che nascono spontanee nel cuore di ogni genitore, alimentate dalla paura dell’ignoto e dal bisogno di trovare una spiegazione.
Queste domande ci accompagnano nei momenti più difficili: quando nostro figlio fatica a comunicare, quando ha una crisi, quando non riusciamo a farci capire. Ci sentiamo impotenti e inadeguati, come se il destino ci avesse messi davanti a una prova impossibile da superare. Ma fermiamoci un attimo: davvero esiste un “colpevole” per tutto questo? O forse dobbiamo semplicemente cambiare il nostro punto di vista?
La nostra mente cerca risposte e spesso finiamo per costruire teorie che confermano la nostra inadeguatezza. Ci chiediamo se abbiamo fatto qualcosa di sbagliato in gravidanza, se avremmo dovuto accorgerci prima dei segnali, se abbiamo sbagliato a fidarci di un pediatra piuttosto che di un altro. Ogni piccolo dettaglio del passato diventa un potenziale indizio di colpa.
Nel libro Pronto? sono la disabilità racconto le teorie che sono andata a cercare e che ovviamente ho trovato per confermare quanto io ero la causa di tutti i mali di mio figlio:” ….La prima era la teoria della mamma frigorifero, che nonostante fosse un po' datata e superata, era perfetta per rinforzare le mie credenze. Secondo questa teoria, le cause dell'autismo andavano ricercate nell'atteggiamento delle madri: troppo fredde e insensibili ai bisogni del bambino; “ madre frigorifero”, che generavano nei bambini l'idea che non avrebbero potuto influenzare il mondo circostante, costringendoli a ritirarsi in una sorta di fortezza vuota.
….L'altra teoria riguardava il ruolo delle emozioni materne sullo sviluppo del feto nel periodo prenatale. era perfetta per consolidare il fatto che certamente non sono stata una brava mamma, in quanto durante la gravidanza ho lavorato troppo, ero molto stanca ed ero preoccupata rispetto al mio lavoro e la situazione economica. Inoltre, non avevo avuto cura di quello che mangiavo e quindi era ovvio che ciò che avevo provato e ingerito aveva scatenato il disturbo di Gabriele.
Insomma era colpa mia!
Il peso delle credenze sociali sulla figura della "mamma perfetta" ci opprime. Viviamo in una società che ci dice che una “brava mamma” deve avere tutto sotto controllo, deve sapere sempre cosa fare, deve far crescere un figlio “normale” e “felice”. Ma cosa significa davvero essere una brava mamma? E perché nessuno ci dice che, a volte, il miglior modo per essere una brava mamma è semplicemente accettare nostro figlio così com’è, senza cercare di cambiarlo?
Da qui nasce la corsa all’ansia: vogliamo trovare una soluzione miracolosa, un esperto che ci dia risposte definitive, una terapia che cambi tutto. Ma spesso questa ricerca ci lascia solo più frustrati, più spaventati, più soli.
Il senso di colpa si intreccia con la paura e la vergogna. Abbiamo paura di ciò che non conosciamo, paura del giudizio altrui, paura di non essere all’altezza. Quando un bambino neurotipico fa i capricci al supermercato, la gente lo guarda con comprensione; quando nostro figlio autistico ha una crisi, gli sguardi diventano di pietà o, peggio ancora, di giudizio.
Questa paura ci porta a inseguire cure miracolose, a nutrire aspettative irrealistiche, a scontrarci con la frustrazione e la sofferenza. Speriamo che nostro figlio migliori velocemente, che impari a parlare, che riesca ad adattarsi al mondo, e quando questo non accade nei tempi che avevamo immaginato, ci sentiamo falliti.
Ma la verità è che nostro figlio non è un errore da correggere. È una persona unica, con i suoi tempi, i suoi talenti, il suo modo speciale di stare al mondo. Il nostro compito non è cambiarlo, ma accompagnarlo.
La chiave per uscire da questo ciclo è cambiare prospettiva. Dobbiamo trasformare la colpa in responsabilità. Invece di chiederci "Cosa ho sbagliato?", possiamo dirci "Io voglio esserne all’altezza". Possiamo creare la nostra realtà senza condizionamenti, liberi dalle aspettative esterne.
Essere responsabili non significa essere perfetti, ma fare del nostro meglio con amore e consapevolezza. Significa smettere di confrontarci con gli altri, di sentirci inferiori rispetto ai genitori di bambini neurotipici, e iniziare a vedere la bellezza e la ricchezza del nostro percorso.
Il poeta Luis Borges così scriveva: “non esiste un destino migliore o peggiore ma ciascuno deve compiere il proprio destino”.
Questo è quello che ci chiede il cuore, non di essere perfetti, ma di compiere la nostra missione, di scegliere di esserne all’altezza.
Di dire sì alla sfida, che è esattamente la sfida di cui abbiamo bisogno per lasciare andare paure e attaccamenti e riscoprire doti e talenti da mettere a disposizione e manifestare la nostra missione.
Non esiste il concetto di "essere una brava mamma" o "un bravo papà". Sono etichette che ci incatenano. Dobbiamo imparare a osservare con gli occhi dell’anima, a riconoscere che la nostra vera natura è fatta di luce, energia e amore. Ogni genitore fa del suo meglio, e questo è già abbastanza.
Guardiamo nostro figlio senza filtri, senza aspettative, senza la paura di ciò che gli altri penseranno. Vediamo la sua autenticità, il suo modo unico di amare e di comunicare. Scopriamo che l’amore non ha bisogno di parole, che la gioia può nascere dalle piccole conquiste quotidiane, che la nostra famiglia non deve essere uguale alle altre per essere felice.
Possiamo scegliere di ritirare le nostre proiezioni e dare nuove interpretazioni a ciò che accade. Possiamo liberarci dai filtri del giudizio e decidere con chi e cosa co-creare la nostra realtà. Il potere di cambiare prospettiva è dentro di noi.
Nostro figlio non è il riflesso delle nostre paure, ma della nostra capacità di amare incondizionatamente. E quando smettiamo di giudicare e iniziamo ad accogliere, tutto cambia.
Quando accettiamo che ogni istante è perfetto così com’è, il senso di errore si dissolve. La fede ci aiuta a sciogliere il senso di colpa, a riconoscere che il nostro percorso, per quanto complesso, è quello giusto per noi e per nostro figlio.
Avere fede non significa aspettare un miracolo, ma credere che dentro di noi abbiamo già tutto ciò che ci serve per affrontare questa avventura. Significa fidarsi del percorso, anche quando è difficile, anche quando sembra ingiusto.
L’errore non esiste, è solo un’illusione della mente. Dobbiamo smettere di giudicare il nostro passato, di rimuginare su cosa avremmo potuto fare diversamente. Ogni decisione che abbiamo preso è stata guidata dall’amore, anche quelle che oggi ci sembrano sbagliate.
Riappropriamoci della nostra libertà interiore. Smettiamo di confrontarci con gli altri, di cercare l’approvazione esterna. Impariamo a fidarci di noi stessi, a vivere nel presente, a costruire una realtà basata sull’accettazione e sull’amore.
Essere genitori di un bambino autistico è un viaggio complesso, ma anche straordinario. Ogni giorno impariamo qualcosa di nuovo, scopriamo una forza dentro di noi che non pensavamo di avere. Il senso di colpa e la vergogna fanno parte del percorso, ma non devono definirci. Non siamo soli. Siamo una comunità di genitori che si sostengono a vicenda, e insieme possiamo affrontare qualsiasi sfida.
Con affetto,
Sabrina
Ps: Se vuoi raccontarmi di te, fissa ora il tuo momento, nel quale potrai raccontarmi come vivi la colpa e la vergogna, ti ascolterò in assoluta assenza di giudizio e se posso ti aiuterò a vederle da un'altra prospettiva. Prenota ora il tuo momento!